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Prima che la notte: la storia di Pippo Fava; il giornalista “nato per correre”

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Prima che la notte, è il film di Daniele Vicari incentrato sulla vita di Giuseppe “Pippo” Fava; giornalista, scrittore e drammaturgo catanese, interpretato da Fabrizio Gifuni e trasmessa ieri sera su Rai1, in occasione della Giornata della legalità.

Un giorno triste per la storia, quel 23 maggio di 26 anni fa, quando 300 kg di tritolo, fecero saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morbillo, anch’essa magistrato e gli uomini della scorta.

Un giorno che ha segnato l’inizio e l’epilogo di una stagione di stragi dalle quali lo stato non ha mai saputo difendersi e che 52 giorni dopo colpiranno anche il giudice Paolo Borsellino.

Ma questo film si occupa di altro; parla di un giornalista curioso, irriverente e profondamente saggio e solare che dopo diversi anni a Roma, durante i quali ha maturato una certa esperienza anche in teatro, al cinema e alla radio (Palermo or Wolfsburg, di cui fu sceneggiatore, vinse l’Orso d’oro a Berlino), si ritrova di nuova nella sua Catania, radunando “un pugno di causi”, “nati per correre”, come cantava all’epoca Bruce Springsteen, per dirigere il “Giornale del Sud”.

Una nuova vita che permette al giornalista di misurarsi con la libertà fiera e senza schemi dei giovani, in una Catania considerata un’oasi neutrale, in mezzo a quella guerra di Mafia, che insanguinò la Sicilia negli anni ’70 e ’80.

Fin qui tutto bene, ma qual’è il valore aggiunto di questo film? Il ritmo: fiero, scanzonato, rockettaro di questo post-hippie siculo, che con il suo look alla Frank Serpico dell’informazione, è riuscito a distillare saggezza e coraggio, usando sempre il sorriso, anche quando il potere ti si presenta a muso duro.

Così era per il Giornale, da cui fu licenziato, per evidenti incompatibilità politiche e imprenditoriali, così fu per la sua creatura: quel mensile chiamato “I Siciliani”, nel quale lui e la sua squadra riuscirono a definire, tra inchieste spigolose e reportage al vetriolo, un giornalismo d’azione, che non temono il confronto con il potere: il tutto però, seguendo una sola regola; divertirsi ad assumersi il rischio.

Ovviamente anche lui ha pagato con la vita, la sua libertà di informare, ma attraverso quei cinque colpi di una 7,65, che lo attraversarono, il 4 gennaio 1984, non c’è solo la necessità di zittire, che è riuscito a minare la sopravvivenza di un certo potere, ma anche l’inevitabile presa di coscienza che: “ La mafia esiste pure a Catania!“.

Il film è tratto dall’omonimo libro scritto a quattro mani dal figlio Claudio Fava e Michele Gambino, che con Fava condivisero la lunga avventura giornalistica e hanno co-firmato la sceneggiatura, garantendo quella purezza narrativa, non eccessivamente filtrata dalle velleità romanzate di un biopic.

Dietro un giornalista come Fava c’è la volontà di non considerare gli ostacoli come un nemico: non lo erano i tentativi di comprare la sua coscienza, né l’ipoteca sulla casa per finanziare  “I Siciliani”, né le due rotative di seconda mano, pagate con le cambiali.

Dietro il giornalismo di Fava c’è un riscatto professionale e morale, dovuto alla necessità di fare quello per cui una missione nasce, senza eroi né martiri. Il messaggio di Pippo Fava come sottolinea il regista Vicari, “deve valere per tutti quelli che, di mestiere, raccontano il mondo”.

Il successo di un giornale dipende dalla capacità di raccontare bene il mondo; un esame di maturità per gran parte del giornalismo italiano.

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