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Recensione: End of Justice – Nessuno è innocente

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Recensione: End of Justice – Nessuno è innocente

Un film quando è pressoché perfetto, coinvolge a tal punto lo spettatore, trascinandolo nel suo limbo di piani multisensoriali, che gli permettono di entrare nella storia e identificarsi con un personaggio; e non è detto che si tratti del protagonista.

E’ la forza della storia a spiazzare e scioccare il pubblico, il quale alla fine avrà poco da commentare. Non è facile però mantenere una tensione alta per due ore consecutive, e capita spesso che la storia, a cui certo punto si richiuda su se stessa, facendo perdere il ritmo emotivo dell’immaginazione.

Nel caso di End Of Justice – Nessuno è innocente, questo dato è soggetto a un’interpretazione più larga ed elastica.

Il film di Dan Gilroy, in arrivo oggi nelle sale italiane, offre molteplici spunti di discussione e coinvolgimento emotivo e intellettuale, ma tendono poi a diramarsi nella complessità del personaggio principale: Roman J. Israel Esquire; un avvocato meticoloso e idealista, che è valsa a Denzel Washington la sua settima nomination all’Oscar.

La profondità e intreccio ritmico delle storie, perde un po il filo della narrazione verso la fase finale ed è un peccato, dal momento che la costruzione del personaggio di Israel è perfettamente equilibrata in una storia che intreccia dinamiche contrapposte, grazie a un Denzel Washington, sempre in grado di caratterizza e dare un’autonomia al suo ruolo, accattivante e coinvolgente.

Insomma se tutto è perfetto e l’attore è un gigante di Hollywood, cos’è che a un certo punto si perde nella trama?

Probabilmente la difficoltà di conciliare la particolarità del personaggio interpretato da Washington: un avvocato che lavora in uno studio legale, ma con l’istinto di guardare oltre la routine quotidiana. Egli si sente quasi un uomo di altri tempi; un cavaliere o un gentiluomo, come spiega dal titolo alla fine del nome “Esquire“.

Ma l’avvocato Israel non è un cortigiano, né un cavaliere; sebbene viva in un mondo tutto suo, relegato ad una dimensione del passato, in una Los Angelesrimasta agli anni ’70 e la sua casa è piena d vinili ed enormi tomi legali, pieni di post it.

Il nostro “eroe del diritto” porta una capigliatura Afro e vestiti vecchi e fuori moda e usa l’iPod con le cuffie di un vecchio walkman. Il suo peregrinare in autobus, per le strade di una metropoli in continua espansione, gli permette di vedere le sfumature e la profondità della società che lo circonda; almeno dal suo punto di vista, ma sempre da un prospettiva laterale.

Lo studio legale dove egli lavora, da oltre 20 anni, gestisce diverse cause anche importanti, ma non è lui a portarle in aula, bensì il suo socio William Jackson, più dinamico e moderno.

Israel è colui che prepara i retroscena delle cause; studia i casi, prepara la documentazione, archiviando in maniera meticolosa tutto il materiale necessario per affrontare i casi e spesso si mette a disposizione di clienti che necessitano di una difesa, pur non essendo in grado di pagare.

La sua conoscenza enciclopedica dell’intero sistema giudiziario americano e del diritto penale, mette in relazione il protagonista con le storie di ordinaria giustizia e con la vita delle aule dei tribunali, all’interno della quali forse non esiste mai una completa innocenza.

Un outsider delle procedure, con una possibile sindrome di savana, ma il cui genio al livello legale, non viene tenuto sotto gamba: Egli sa aspettare “il momento giusto”.

Il momento arriva in seguito a una triste vicenda; ossia un infarto al cuore che colpirà il suo socio. L’ironia di un destino beffardo che si presenta a Roman Israel, dandogli la possibilità di mettersi in gioco, come intuisce George Pierce il capo dello studio legale, interpretato da un convincente Colin Farrell.

E così che l’avvocato dal look anni ’70 sfodera il suo genio e la sua competenza legislativa,sfruttando il caso che si presenta, per preparare un gigantesco dossier di riforma del sistema penale. Il suo scopo è rendere la giustizia più equa specie per gli afro-americani, dal momento che la maggior parte dei casi minori non vengono mai discussi in aula, nei quali ci si accorda con pene ridotte, anche quando l’imputato risulti innocente.

Ma qualcosa va storto nell’ingranaggio e quando lo studio viene chiuso, chi si deve occupare dell’operazione comprende le doti di Israel, vuole sfruttarle per il puro e semplice guadagno.

Ed a questo punto che End of Justice esplora la natura profonda  Roman J. profonda e piena di tante piccole e grandi difficoltà. Il suo idealismo la sua stessa meticolosità comincia a vacillare, fino a coinvolgerlo in un’azione illegale, portandoci così al vero cuore della storia; dove il nostro protagonista sarà costretto a scegliere tra un facile guadagno, che gli permetterà di risolvere i problemi derivanti dal suo maldestro tentativo di aiutare un importante cliente, o scegliere la via dell’onestà.

Interpretazioni ovviamente degne di merito, specie per Denzel Washington, che lo scorso anno ha sfiorato la staffetta d’oro, dovendola contendere però con una nomination impossibile da battere: Quella di Gary Oldman per il suo Churchill, ne “L’Ora più buia”.

Il regista di The Nightcrawler, riesce a tenere perfettamente le fila narrative, fino a quando i troppi eventi scatenano la lotta all’interno della coscienza stessa del personaggio.

Un condottiero silenzioso e determinato che vive seguendo gli insegnamenti di un pioniere dei diritti civili, Bayard Rustin, la cui citazione compare sul muro della sua casa: “Combattiamo con rabbia l’ingiustizia, ma non lasciamo che questa ci distrugga“.

Questa è la domanda che Roman si pone nel film, interrogandosi fino a che punto è stato salvato o consumato dalla sua lotta personale contro l’ingiustizia.

Probabilmente l’evidente discrasia intellettuale ed emotiva, coincide con quel dilemma morale di cui si carica la storia, di non abbandonare mai i principi morali, a scapito di una vita più semplice ed agiata, ma sembra non voler scendere troppo nel profondo dilemma interiore, che spesso non coincide con quello etico e sociale. Il film è carico di significati e molto dinamico per tutta la durata, ma però avrebbe dovuto mettere un po di più a nudo le pulsioni materialistiche, proprie di ognuno di noi; anche del più rivoluzionario, fra i rivoluzionari.

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