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Recensione: Prisoners

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Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura:
Aaron Guzikowski
Cast: Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Maria Bello, Terrence Howard, Melissa Leo, Paul Dano
Genere: Thriller/Drammatico
Produzione: USA, 2013
Durata: 153’

Chiariamolo subito: il canadese Denis Villeneuve è un bravo regista, capace di creare immagini esteticamente affascinanti e pregne di significati, capace di elaborare temi importanti attraverso queste immagini senza risultare didascalico né manieristico, capace, infine, di gestire drammi e tensioni con grande perizia. Se tutto questo si era intravisto già in Polytecnique (2009), è diventato palese nel suo bellissimo e lancinante Incendies (La donna che canta in Italia). Tutte queste caratteristiche si ritrovano, fortunatamente, anche nella prima pellicola americana del regista, nella quale un budget e un cast hollywoodiano non  compromettono l’intransigenza stilistica di Villeneuve che confeziona uno dei thriller più tesi e appaganti dell’anno.

Dopo questa doverosa premessa passiamo alla trama che in questo caso è importante e frutto della bella sceneggiatura di Aaron Guzikowski: Keller Dover (Hugh Jackman) è un padre apprensivo e molto protettivo che si reca con moglie (Maria Bello) e figli al seguito da amici di famiglia per la festa del ringraziamento: dopo un po’ le due rispettive figliolette, uscite fuori a giocare, non si trovano più e scatta l’allarme. Partono ricerche febbrili in tutto lo stato e il bravo detective Loki (Jake Gyllenhaal) prende in mano la situazione. C’è anche un sospetto, l’introverso e inquietante Alex (Paul Dano, quanta strada da Little Miss Sunshine!) che però viene rilasciato quasi subito per mancanza di prove, anche se Keller non è affatto convinto dell’innocenza del ragazzo e decide di entrare in azione in prima persona, scavalcando le autorità. Dire di più non sarebbe giusto perché la storia più prosegue, più semina sospetti, traccia nuove piste, ne chiude delle altre, si espande in rivoli più o meno inerenti e si avvale, come è normale che sia, di un paio di colpi di scena.

Se c’è un film a cui assomiglia questo Prisoners, almeno nello stile e nelle intenzioni, quello è sicuramente Zodiac di David Fincher, uno dei più bei thriller dell’ultimo decennio, nonché uno dei più sottovalutati. Il perché è presto detto: entrambi si avvalgono di una durata-fiume (circa due ore e mezza) per scavare in storie dove all’importanza di risolvere il caso viene anteposto l’approfondimento psicologico dei caratteri in gioco, all’azione vengono preferiti i piccoli dettagli , le classiche dinamiche del genere vengono scardinate – o meglio rielaborate – in maniera più personale, riuscendo a portare a galla tematiche più ampie e finendo con il diventare il ritratto di una intera nazione che si guarda allo specchio vedendo rappresentate le proprie contraddizioni.

prisoners-image02Queste caratteristiche non spaventino, perché anche se non si può parlare di ritmo “adrenalico”, Villeneuve è bravo a tenere sempre costante la tensione, giocando con le aspettative degli spettatori  in modo tale che la scoperta del “chi e perché” continui a incuriosirli e ponendoli di fronte a dilemmi morali attraverso una rilettura del rapporto vittima-carnefice che non potrà lasciare indifferente chi guarda. La capacità di coinvolgimento nel film risiede sicuramente anche nel tono cupo, di perenne minaccia che emana dalla pellicola, grazie all’eccellente lavoro svolto dallo storico direttore della fotografia Roger Deakins (collaboratore fisso dei fratelli Coen) e all’ottima scelta della location, una periferia di Boston invernale, perennemente grigia e battuta da pioggia e neve.

Anche il cast è da annoverare tra le note positive: da una Maria Bello madre incapace di qualsiasi cosa e distrutta dalla disperazione a un Paul Dano ambiguo e inquietante nella miglior prova attoriale della sua carriera, fino ad una sublime Melissa Leo, ma su tutti spiccano i due protagonisti Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal che danno vita a personaggi davvero interessanti e sfaccettati. Il primo si riscatta dopo l’ultima incolore prova nel deludente Wolverine – L’immortale, consegnando a Villeneuve un Keller che sembra elevarsi a simbolo degli Stati Uniti, con le sue preoccupazioni per la sicurezza della propria famiglia e il suo giustizialismo che lo portano a diventare pronto a tutto, senza disdegnare metodi che superano di gran lunga le soglie dell’accettabilità, pur di riavere indietro ciò che gli è caro. E’ lui l’epicentro morale del film che mette lo spettatore di fronte alla difficile scelta se immedesimarsi con il personaggio e accettare le sue motivazioni o distaccarsene, facendone in qualche modo il “cattivo” di un film che comunque evita sempre giudizi netti . Ed è sempre attraverso il suo personaggio che il regista inserisce il tema della Fede – che torna prepotentemente anche nel confronto finale – come qualcosa da mantenere ciecamente o rigettare in maniera altrettanto assoluta. Forse però questa è una delle note più deboli della pellicola, inserita un po’ forzosamente e in maniera poco approfondita, tanto da pregiudicare anche la forza emotiva del finale.  La prestazione migliore rimane comunque quella dell’ex Donnie Darko che qui si inventa la riuscita figura di un detective caratterizzato da un tic agli occhi che già dice molto del suo personaggio. Anche qui può tornare utile il parallelo con Zodiac e il detective di Mark Ruffalo: entrambi infatti mostrano una grande etica lavorativa e una dedizione tale da compromettere la loro salute fisica e mentale. Sono personaggi logorati dall’interno, nei quali la rabbia e la frustrazione montano fino all’inevitabile breakdown.

Prisoners è un film quindi che merita di essere visto, che si distacca dai thriller tradizionali per mettere in scena personaggi interessanti e un intreccio che porta a galla tematiche non banali. Molto buono nel creare la giusta atmosfera e coinvolgere lo spettatore tenendo la tensione alta, ma meno riuscito nell’ultimo atto della vicenda, quando si tratta di tirare le fila del discorso, perdendo un po’ della compattezza e del rigore della prima parte.

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