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still-alice-locandinaAlice Howland insegna linguistica alla Columbia University di New York e ha nel linguaggio il punto fermo della propria vita. Ha quasi cinquant’anni e una famiglia che la stima e che la ama: tre figli e un marito affettuoso. Ma come un fulmine a ciel sereno, durante una sua lezione, ha un vuoto di memoria. Non è niente, si dice. Solo un’amnesia. In seguito, però, facendo jogging, prova una sensazione di smarrimento: si è persa proprio intorno al campus, una zona che da sempre ha frequentato. Convinta di avere un tumore al cervello, Alice si fa visitare da un medico, che le dà una triste notizia: ha una forma di Alzheimer precoce. È raro in una donna della sua età ma non si può fare nulla per arrestarlo. Col passare dei mesi diventerà sempre più aggressivo e i ricordi, poco alla volta, tenderanno a svanire.

La battaglia successiva di Alice non sarà rivolta soltanto al recupero ma alla salvaguardia della memoria. Perché di una cosa agghiacciante è facile accorgersi: i ricordi formano l’identità e chi non ricorda nulla non può che perdere se stesso. Per fare in modo che ciò non accada, Alice annota tutto quello che è possibile annotarsi, mantiene desta la memoria, si fa domande e cerca di darsi delle risposte; ma soprattutto, vede se stessa in un video che ha registrato col computer, la donna che è stata e che è ancora per la sua famiglia.

L’Alzheimer è una malattia che affligge, nel mondo, oltre 36 milioni di persone. In America sono le donne over 60 a esserne maggiormente colpite. La sensibilità della sceneggiatura nel trattare un argomento così delicato – in Italia affrontato di recente da Pupi Avati in Una sconfinata giovinezza (2010) – non manca, ma è chiaro che senza la prova magistrale di Julianne Moore, candidata all’Oscar come Miglior Attrice Protagonista, il film avrebbe perso tutta la propria consistenza emotiva.

La vera novità risiede nel punto di vista da cui si guarda la malattia. Lo sfondo sfocato, il senso vertiginoso di disorientamento, ma soprattutto lo sguardo perso di Julianne Moore, riescono a trasmettere tutta l’angoscia e l’orrore della malattia. Una malattia che coinvolge non soltanto Alice ma tutta la sua famiglia, costretta a non abbandonarla, a tenere vivo il ricordo della donna che è sempre stata e anche ad adeguarsi a quelle che sono le esigenze di Alice. In particolare, Lydia (Kristen Stewart), la figlia ribelle che non vuole andare al college per tentare la carriera di attrice, e che vive in California, aiuta sua madre attraverso l’arte drammatica, che diventa parte integrante della terapia cognitiva.

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Tratto dal best-seller di Lisa Genova, neuropsichiatra che si occupa dei malati di Alzheimer, il sottotitolo del film è Perdersi, uno smarrimento non solamente fisico ma legato alla propria identità.

Still Alice esula dal melodramma e sfrutta la grande intensità emotiva dei suoi interpreti, partecipi quasi impotenti a un dolore che da individuale diviene collettivo.

Wash Westmoreland, regista insieme a Richard Glatzer, ha detto che la scelta di Julianne Moore nel ruolo di Alice è giunta proprio attraverso la lettura del romanzo.

«La Alice del libro inizia ad abbandonare i suoi capelli neri ricci che via via si trasformano in un rosso fiammante […]. Julianne Moore non solo era in grado di conferire l’intelligenza scintillante di questa professoressa di linguistica, ma possedeva anche la vulnerabilità e la semplicità che caratterizzano il personaggio successivamente nella storia. Sarebbe stata capace di esprimere il lento deterioramento del personaggio.

«Tutto ruotava attorno alla soggettività dell’esperienza di Alice», ha continuato il regista, «al fatto che il pubblico avrebbe dovuto comprendere il suo punto di vista ancor meglio rispetto agli altri personaggi del film. Questo avrebbe richiesto una macchina da presa e un montaggio molto personali.»

Still Alice sarà al cinema dal 22 gennaio.

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