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Starbucks arriva in Italia, ma all’estero non va mica tanto bene!

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Tutti ormai siamo a conoscenza della recente apertura a Milano, del primo Starbucks in Italia.

Dopo anni di attesa nell’ambito del mercato, ora la grande catena di caffè americana arriva nel nostro paese, suscitando irrimediabilmente un mare di opinioni contrastanti.

Come se non fosse abbastanza, l’onda d’urto pro e contro su qualsiasi fattore predominante del globalismo economico finanziario, la notizia che ha fatto scalpore è stato la posta di migliaia di persone davanti alla sede milanese, già dalle 4.30 del mattino; evento replicato anche il giorno dopo.

Passata la prima fase di euforia e polemiche del momento, è il caso d’interrogarsi sull’impatto che questa nuova impronta tutta anglofona s’imporrà in un mercato, che ha sempre visto nel “bel paese”, il massimo esempio di gusto e ricerca nella tipologia del caffè.

Mentre il nostro tradizionale caffè espresso, sta piano piano diffondendosi a regola d’arte in tutto il mondo, c’è chi si chiede che senso abbia importare un modello di commercio già riproposto in altre e diverse catene di ristorazione. La risposta è nella richiesta crescente di nuovi spazi dove rilassarsi e poter anche lavorare e studiare.

Ne è un esempio la catena Arnold Coffee, nato nel 2009 vicino all’università Statale, nata per intercettare un target di riferimento fatto di studenti e giovani professionisti che chiedono grandi spazi d’interazione dotate di wifi, tavolini per lavorare indisturbati e prese per ricaricare il telefono.

A questo Starbucks aggiunge la variante gastronomica, fatta principalmente da ricette tradizionali della nostra cucina.

Ma come mai Starbucks ha deciso di aprire solo ora in Italia? Qual’è la strategia, qualora ve ne fosse una, dal momento che altre grandi catene di caffè variegato stanno letteralmente prendendo piede in tutto il mondo e una di queste, “Caffè Pascucci”, controlla attualmente 650 locali in oltre 25 paesi in tutto il mondo.

Non dimentichiamo i nomi simbolo del settore, tra cui la triestina Illy, con i suoi 167 negozi nel mondo e Lavazza che sta per approdare a Londra.

A speronare Starbucks in Italia vi è anche l’inglese Costa Coffee, nata da due fratelli italiani emigrati nel Regno Unito nel 1971 (contemporaneamente alla catena americana) che è attualmente seconda al mondo per volumi di vendita, ma che ha ceduto il marchio a Coca Cola per 5,1 miliardi di dollari.

Anche in Cina, la leadership a stelle e strisce è stata compromessa dalla Luckin Coffee, catena di caffè nata da una start up locale, per venire incontro alle esigenze di tutti attraverso una strategia precisa: l’nterconnettività; in pratica tutto viene ordinato tramite un’apposita app e il pagamento avviene solo attraverso WeChat ossia il Whatsapp cinese o il “portafoglio di caffè” di Luckin.

Tutto questo porta a interrogarsi su varie questioni, tra cui la necessità di un’ennesimo negozio dove bere caffè non espresso a un prezzo non proprio economico, ma con il wi-fi che ci permetta di sentirci sempre più globali e multimediali, ma anche alla constatazione che, dove molti localizzano le proprie risorse economiche, l’Italia continua a fare la voce dell’agnellino di fronte a un lupo che sta perdendo i denti, ma che fa ancora stranamente paura.

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