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The disaster Artist: il doppio volto tra finzione e realtà

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The disaster artist
The disaster artist

Siamo ormai abituati a confrontarci con James Franco e le sua poliedriche contraddizioni linguistiche e visuali. Un personaggio che ha dimostrato di essere un tutt’uno con il suo personaggio, ma anche con la realtà e la stessa macchina da presa.

Il regista James Franco, con The Disaster Artist, ci mette di fronte a un’insanabile contraddizione cinematografica, ricalcando l’operazione di chi, pur cadendo nel fallimento totale, ha scelto una via tra le più insidiose, la distruzione di ogni barriera semantica del cinema.

Tommy Wiseau è il suo protagonista, ma egli potrebbe anche essere James Franco: egli si intervista e si celebra, ma al tempo stesso si mette a nudo,  presentandosi allo spettatore ormai straniato grazie a una serie di testimonianze presumibilmente reali che riguardano un personaggio presumibilmente reale.

Il personaggio è reale, ma ciò che racconta è una finzione; poiché egli decide di mentire su quello che ritiene opportuno.

Potrebbe sembrare un’operazione estrema e provocatoria; come il  film-documentario “I’m still here” di e con Joachin Phoenix, ma James Franco prende il personaggio e ne fa un ritratto di vita, pronto a mettere in dubbio le certezze sull’arte e il cinema, ma ribadendo sempre come questo sia il linguaggio più elevato della finzione.

Una riflessione che quindi comincia dal protagonista stesso, questo Tommy Wiseau:  un soggetto, forse un alterego di qualcosa, che trascorre la vita rinchiuso nella sua gabbia di segreti. E’ lui che si presenta per la prima volta varcando il luogo cioè della separazione dell’immagine dal mondo reale esterno, ma estremizzando tutto ciò che riguarda se stesso; le sue passioni e la sua inquietudine.

Niente di vero dovrà trasparire sul vero Tommy, se non ciò che egli stesso metterà in scena sul palcoscenico, con la sua carica di energia emotiva.

E quindi abbiamo un personaggio quasi brechtiano che mente con orgoglio sulla propria età e sulle propri origini e, diventa una copia ideale di quel Stanley Kowalski  di “A Streetcar named Desire“, la cui passionalità brutale sembra ispirare la vita di Tommy e la stessa opera di Franco. Una tale empatia ricorda ovviamente quella di Marlon Brando con il suo Kowalski; risonanza sensibile e reale tra interprete e personaggio.

The Disaster Artist si presenta come uno specchio dal doppio volto, perennemente in bilico tra vita e cinema; personaggio e umano; dilemma tra verità e finzione.

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