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Recensione: Unbroken

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Quest’ultimo giovedì di gennaio è all’insegna del biopic. Ben tre, infatti, sono i film biografici in uscita: “Unbroken“, “Fury” e “Turner”. Ma non solo. Quest’ultima settimana cinematografica è anche all’insegna della coppia più in vista di tutta hollywood: Brad Pitt e Angelina Jolie. Il primo è protagonista in “Fury” di David Ayer, la seconda, invece, regista di “Unbroken“, entrambi ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Angelina, da buona amante dell’Italia qual è, racconta in questo suo secondo film da regista l’incredibile storia del corridore olimpico italo-statunitense Louis “Louie” Zamperini, cacciabombardiere dell’esercito americano prima naufrago per 47 giorni nell’Oceano Pacifico, poi prigioniero per più di due anni in diversi campi di concentramento giapponesi, nei quali, benché vittima delle torture e delle violenze fisiche operate dalla guardia carceraria Mutsuhiro Watanabe, sopravvisse miracolosamente.

Per interpretare Zamperini la regista losangelina ha scelto Jack O’Connell, attore britannico dal viso e una carnagione ben poco italiane, la cui pronuncia, pure, lascia a desiderare. Inoltre, nonostante un naufragio durato ben più di un mese e devastanti torture fisiche, O’Connell dimagrisce solo quel poco che basta, si fa crescere una barba perfettamente simmetrica (non si sa bene come senza avere un rasoio a portata di mano) e si sporca in faccia e sull’addome con una lieve spruzzata di carbone. Direi che non gli va poi così male, non credete?

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Ma questo è niente in confronto all’insopportabile ed effeminato Takamasa Ishihara, interprete del violentissimo Mutsuhiro Watanabe, altresì chiamato “L’Uccello”. Provate voi a immaginare la ragione di questo eponimo. Il timbro della voce e l’espressione di compiaciuta e giovanile eccitazione dopo ogni percossa o frustrata ai danni del povero Louie fanno pensare che questo Watanabe non fosse poi così duro e mascolino come si soleva credere. Be’ dai, ci sono molti criminali di guerra con la voce da donna che hanno strane e violente perversioni omosessuali, no?

Quindi, messi da parte gli attori protagonisti, a dir poco inadatti, non ci rimane che parlare del reparto tecnico della pellicola. La colonna sonora è emozionante e delicatissima, e il suo montaggio è perfettamente coordinato con il ritmo e le sequenze del film. Poi, la fotografia di Roger Deakins è altamente espressiva e dal profondo gusto artistico. Non mi scorderò mai della potenza fotografica con cui Angelina inquadra Zamperini, ormai visibilmente emaciato e stremato, nell’atto di sollevare, con le poche forze rimaste, una trave di legno al termine di un grido ricco di dolore e al contempo di soddisfazione. Solo per quella scena Deakins meriterebbe la statuetta d’oro.

A conti fatti, “Unbroken” è semplicemente l’incredibile storia di Louie Zamperini che, seppur cruda, rimane pur sempre solo un’interessante storia da raccontare, nulla più. Purtroppo per Angelina, questo sarà un film di cui pochi, forse nessuno, si ricorderanno poiché sterile di un vero e proprio messaggio. È un film anonimo sulla speranza, sull’innato istinto di sopravvivenza dell’uomo, sulla sua irriducibilitá di fronte alle peripezie del destino e sul perdono, temi troppo generici e già troppe volte affrontati per rendere “Unbroken” un film anche solo minimamente memorabile.

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