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10 dicembre 1936: muore Luigi Pirandello, il figlio cambiato

1924

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Pochi scrittori italiani del Novecento sono stati così versatili come Luigi Pirandello. Premiato con il Nobel per la Letteratura nel 1934, Pirandello ha saputo spaziare da un genere all’altro con estrema disinvoltura, utilizzando tanto i drammi quanto i romanzi come strumenti per diffondere la propria visione dell’esistenza, influenzata dalle teorie psicoanalitiche di Freud ma anche da Henri Bergson e da Nieztsche.

Nato ad Agrigento, soprannominata Girgenti, il 28 giugno 1867, nei primi anni Pirandello trovò grandi difficoltà nel comunicare con i genitori (entrambi ex garibaldini), soprattutto con suo padre Stefano. Queste incapacità lo portarono ad affinare un grande spirito di osservazione e i comportamenti altrui.

Trasferitosi a Roma per studiare filologia romanza, si spostò poi a Bonn, dove si laureò con una tesi sul dialetto di Agrigento. Ma era stato a Roma, nel 1892, che aveva incontrato Luigi Capuana, grazie al quale poté farsi strada nel panorama letterario, conoscendo artisti, intellettuali e scrittori.

Due anni dopo sposò Maria Antonietta Portulano, un matrimonio di puri interessi economici che non fu felice soprattutto per gli squilibri mentali della donna conseguenti alla crisi finanziaria del 1903 che ne investì la famiglia. Arriva però poco dopo, nel 1904, il primo romanzo di successo (di pubblico ma non di critica), Il fu Mattia Pascal, capace di racchiudere già molti aspetti della poetica pirandelliana.

Mattia Pascal, creduto morto nel suo paese, Miragno, dopo un viaggio a Montecarlo che l’aveva fatto diventare ricco, cerca di ricostruirsi una vita utilizzando un altro nome, Adriano Meis, ma è proprio l’identità fittizia a impedirgli di sposarsi con la giovane Adriana, che aveva intanto conosciuto a Roma. Tornato a Miragno, scopre che sua moglie si è risposata, così lui è costretto a rinunciare a tutto. Quando fuggire dalla propria identità, quella di Mattia Pascal, sembrava una soluzione per essere più felice, ecco che il protagonista si rende conto che forse era meglio conservare la propria forma, la propria apparenza, che costruirsene un’altra.

Ideale seguito, per contiguità tematica, è Uno, nessuno e centomila, iniziato nel 1909 ma pubblicato soltanto nel 1926. Anche al centro di questo romanzo c’è la sfaccettatura dell’io, la crisi esistenziale dell’uomo alla ricerca della rappresentazione di se stesso. Una rappresentazione che però non può esserci, cosicché l’uomo sarà “uno” perché cercherà di dare a se stesso una rappresentazione oggettiva del proprio io, ma sarà anche “nessuno” perché scopre in realtà di essere una nullità; e infine “centomila” per tutti gli altri, poiché ognuno lo guarderà in maniera diversa, come se fosse tante persone diverse. La realtà, secondo Pirandello, non sarà mai vista, quindi, oggettivamente, ma sempre dal punto di vista soggettivo. Questo porta, inevitabilmente, a mettere l’uomo di fronte all’angosciante domanda “Chi sono?”. Domanda che non avrà mai risposta.

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Pirandello, però, è noto anche per la produzione teatrale. Tra i suoi drammi più noti, Sei personaggi in cerca d’autore, il primo della trilogia sul teatro nel teatro (o metateatro), completata da Questa sera si recita a soggetto e Ciascuno a modo suo. In questa fase, la terza dopo il teatro siciliano e il teatro umoristico/grottesco, Pirandello adotta una tecnica shakespeariana, il cosiddetto palcoscenico multiplo, in cui più scene si svolgono contemporaneamente, così da mostrare sul palcoscenico il mondo in perenne trasformazione. Altra grande importante innovazione è l’abolizione della quarta parete, la divisione tra attori e spettatori, che pone fine alla staticità del pubblico, partecipe della scena.

Accanto ai romanzi e ai drammi, Pirandello ha scritto diverse raccolte di novelle, raccolte nei corposi volumi delle Novelle per un anno, alcune delle quali trasformate poi in drammi. Pirandello intendeva scriverne 365 ma si fermò solo a 241.

Alla base, quindi, del pensiero pirandelliano, ci sono il contrasto tra realtà e illusione, laddove la realtà, essendo solamente apparenza, impedisce all’uomo di essere se stesso; in secondo luogo c’è l’assurdità della condizione umana, fissata in stereotipi (adultero, innocente, ladro etc), ed esemplare in tal senso è il suo primo romanzo, L’esclusa, in cui una donna è giudicata colpevole di tradimento quando è innocente e viceversa; infine la concezione relativistica dell’uomo, che non può essere studiato in maniera empirica. Proprio in tal senso si delinea il ruolo della letteratura, che ha il compito paradossale di mostrare l’inadeguatezza degli strumenti logico-linguistici di interpretazione della realtà.

Tutto però ha un senso quando si pensa, innanzi tutto, alla tesi di laurea di Pirandello, il linguaggio di Agrigento, definito dallo scrittore “Caos”:

«Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco “Kaos”.»

Pirandello è stato un figlio del Caos, ma è stato anche un “figlio cambiato”, come l’ha definito Andrea Camilleri nella sua biografia romanzata. Pirandello credeva di essere nato in un non-luogo. È “cambiato” perché il luogo di nascita non doveva essere quello: sarebbe dovuto nascere a Porto Empedocle ma per evitare un’epidemia di colera si preferì trasferire la famiglia a Girgenti.

Il figlio cambiato è un uomo che ha sempre dubitato di se stesso, che non sa distinguere tra realtà e apparenza. Non sa distinguere nemmeno il proprio vero io, frammentato in “centomila” altre visioni, tante sfaccettature che conducono a un’inevitabile crisi esistenziale, esemplata dalla follia della moglie di Pirandello, in cui lo scrittore in qualche modo si identificava.

«La pazzia di mia moglie sono io» scrisse a Ugo Ojetti il 10 aprile 1914, «io che per tutta la mia vita non ho saputo chi sono, io, il “figlio cambiato”.»

Pirandello_firma

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