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At Eternity’s gate: Vincent Van Gogh secondo Julian Schnabel

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Chi voleva essere veramente Vincent Van Gogh? Perché la sua vena creativa non riusciva a conciliare l’inquietudine di un’ anima troppo intimista? Alcuni dei tanti interrogativi che ruotano attorno alla figura del grande pittore olandese, prende corpo, vita e colore  in “At Eternity’s Gate“, il nuovo film di Julian Schnabel, in concorso alla 75°esima mostra del Cinema di Venezia.

Un ritratto inquieto, crudo ma anche romantico, dove è lo stesso volto di Willem Dafoe, che incarna l’artista, a dare una descrizione fisionomica e impressionista sul talento e sulle turbe psichiche, che facevano del pittore di Arles, un cittadino e un uomo fuori dagli schemi, non per scelta, ma per natura e istinto.

L’artista che cerca di prescindere l’uomo: Solo Vincent, immerso nei suoi colori e nella sua fantasia, ma consapevole del fatto che la sua città e la sua vita non gli appartengono pienamente; eppure quella città e quella vita, hanno contribuito a rendere Vincent, il Van Gogh.

Non si tratta di descrivere biograficamente genio e sregolatezza, ma di interpretare una forma, come un soggetto, la cui febbrile intensità e il linguaggio visionario, prendono corpo nel corpo, trasfigurando nella sua dimensione più intima e personale: in tale contesto anche la Casa gialla, Gauguin, l’orecchio tagliato, il manicomio, Auvers-sur-Oise e la fine misteriosa, diventano spunti per immaginare e immedesimarsi nel suo mondo personale; fatto di paura e immaginazione, sogno e razionalità.

E’ indicativo sottolineare il rapporto tra Van Gogh e Gauguin, interpretato da Oscar Isaac, il quale suggerisce all’artista dei girasoli, di dipingere “quello che vede il proprio cervello”, dando modo allo spettatore di penetrare nella testa del pittore e carpirne il labile confine che lo rendeva preda e demonio, in un limbo di follia e genio artistico, dal quale era incapace di venir fuori.

Tra musiche, visioni e riflessi solari, il reale si sovrappone al sovrannaturale e viceversa, sfruttando il mezzo cinematografico per restituire il fascino di una natura perennemente ispirata, per imitazione e per analogia.

At Eternity’s Gate, descrive la visione ispiratrice, ma resta sulla superficie della rappresentazione, risultando a tratti fortemente didascalico e estetizzante, attraverso un messaggio che ha qualcosa di duro e amaro, come la vita e l’arte di un genio, considerato tale solo dopo la fine della sua epoca.

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