Io c'è film

La commedia italiana negli ultimi anni, è riuscita a dosare sapientemente, buone dosi di umorismo tradizional popolare a situazioni o argomenti che guidano la nostra contemporaneità, trovando in essi un sentore di rinnovamento stilistico, innovativo e originale. Passano dalla “Banda dei Ricercatori” di “Smetto quando voglio“, al Presidente della Repubblica, più controcorrente della storia, con il volto istrionico di Claudio Bisio, la commedia italiana, dopo una lunga battaglia per sganciarsi da ingloriosi accostamenti agli ossessivi cinepanettoni, è tornata ad osare di essere spregiudicata quando serve e non fine a se stessa. Perché ridere e riflettere è un binomio ancora ipotizzabile.

Io C’è, la nuova commedia di Alesandro Aronadio, entra di diritto in questo vortice di rinnovamento, inaugurando un nuovo filone sempre più raffinato, dove la contestualità e il pensiero-parola vengono ridefiniti, attraverso uno sguardo realisticamente dissacrante, che non trascende un certo esistenzialismo spirituale.

Un cast eterogeneo e versatile composto da: Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, Massimiliano Bruno, Giulia Michelini, dà vita ad una commedia che si affaccia agli equivoci, con lo sguardo provocatorio che fu di un certo Ferreri, per mostrare come la volontà popolare, sia alla continua ricerca di strategie e magie affini a quel tanto profanato “Miracolo Italiano”.

Tutto questo avviene nel pensiero trasversale di uno dei protagonisti; Massimo titolare di Bad & Breakfast,  il quale, rischia di chiudere a causa della crisi e dei debiti, fino a quando non trova la “folgorante” idea.  Sfruttando il modello offertorio del convento di suore di fronte al suo edificio, egli decide di aggirare il fisco, trasformando il b&b in luogo di culto, mantenuto dalle donazione dei fedeli, il tutto esentasse.

Egli però si spinge oltre, inventarsi una nuova religione: lo “Ionismo”, il primo culto dove, sfruttando anche i legami con le tradizioni orientali, il principio è che “ognuno è il proprio dio”. La parte fiscale viene affidata alla sorella commercialista, mentre quella “ideologica” ad un amico scrittore, che ovviamente fa la fame.

Con pochi elementi che potremmo definire spericolati, Io c’è viaggia su due fronti: il paradosso; perché descrive un concetto e un’idea che molti potrebbero avere avuto, ma non hanno il coraggio, o la pazzia necessaria, ma al tempo stesso la necessità in un mondo che corre, spinge l’uomo a trovare strategie nuove di sopravvivenza.

Al tempo stesso Io c’è è una commedia sentimentale, perché mette in primo piano  una necessità che è sia umana che trascendentale: credere  a un’entità superiore o anche solo a una storia o un ‘idea che, aiuti a vivere più serenamente; un concetto che è in un certo senso il principio di qualunque filosofia religiosa o culto e che nel mondo tende a seminare proselitismi, alcun estremamente  pericolosi. Questo film non fa altro che sottoporre, in chiave grottesca, un altro modo di concepire l’aderenza al “Dio” denaro e una delle riflessioni più intime, potrebbe essere: “Oltre a preoccuparci di Daesh, dovremmo  informarci su quello che alcune “chiese” o meglio dire ordini fanno ancora nel mondo, senza che nessuno li fermi”.

Liberarsi dagli equilibrismi del politically correct, non deve limitarsi solo ai grandi fatti. Per cambiare le cose è necessario usare con saggezza anche la sana cattiveria della satira, che da sempre tende a mettere in luce gli aspetti buffi o controversi delle istituzioni, dei culti, ma soprattutto dell’animo umano.

Il film è da oggi al cinema.

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