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Recensione: Boyhood

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locandina_ Boyhood
Boyhood

Dalla filmografia del texano Richard Linklater emerge un aspetto assai caratteristico: egli ama il divenire. Come il filosofo idealista Hegel, anche Linklater racconta le sue storie attraverso un processo dialettico, ossia partire da una tesi, cui contrapporre un’antitesi per giungere, infine, a una sintesi conservativa delle due precedenti fasi.

Questo lo vediamo bene nel trittico cinematografico “Before Sunrise”, “Before Sunset” e “Before Midnight” (quest’ultimo, peraltro, uscito di recente al cinema), in cui, attraverso un’arguta metafora crono-astrologica, egli analizzava l’amore di coppia nel suo sorgere (tesi), nel suo tramontare (antitesi) e nella sua mezzanotte (sintesi), a cavallo tra la fine e l’inizio di un nuovo giorno e, conseguentemente, di un amore rinascente.

Il divenire hegeliano e linklateriano si ritrovano ancor più in “Boyhood”, opera che il regista ha realizzato nel corso di ben dodici anni, seguendo anno dopo anno l’evoluzione e la maturazione fisica e caratteriale del suo protagonista Mason, interpretato dall’attore Ellan Coltrane.

Da bambino di sei anni ad emancipato maggiorenne, Linklater ci mostra la crescita di Mason in relazione ai momenti topici della sua vita (divorzio, trasloco, primi amori, prime droghe, progresso tecnologico, rivoluzione politica e sociale, college) con una semplicità disarmante che ci fa apprezzare e vivere la normalità in un modo del tutto anormale.

La bellezza della vita narrataci da “Boyhood” è, come quella del David di Michelangelo, “ideale” poiché in essa tutti quanti noi, chi più, chi meno, ritroviamo parte di noi stessi. La vita di Mason è la nostra vita, quella di tutti i giorni, il romanzo più bello che potremmo mai leggere o scrivere: la nostra vita.

Boyhood” è un documentario sulla vita, colta nel suo evolversi, nella sua semplicità, modestia e soprattutto normalità. Ai temi politici più feroci, come la critica alla guerra in Iraq e al repubblicanesimo americano, si affiancano quello della quotidianità umana, della famiglia e dei rapporti interni ad essa, dell’evoluzione fisiologica e tecnologica – i prodotti Apple invadono le umili vite di questi umili personaggi – e, più in generale, dell’esperienza prima di un piccolo uomo catapultato in un grande mondo, poi di un grande uomo in un mondo che, ogni anno che passa, diviene sempre più stretto e piccolo, collidendo spesso con i sogni, le passioni e le ambizioni dei suoi insignificanti e minuscoli abitanti.

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Infine, la pellicola di Linklater è anche una favolosa esortazione a cogliere l’attimo, l’occasione, e quindi la vita, nella sua imprevedibilità. Un piccolo consiglio, un piccolo dono, un piccolo complimento, un piccolo cambiamento possono stravolgere totalmente la nostra essenza umana, la nostra vita. «Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero» scriveva Orazio nell’Ode 1,11. Cogli la giornata, cogli l’attimo, inesorabilmente fuggente. Anzi, sia l’attimo a cogliere te, prima solo e indifeso in questo mondo oppressivo, poi improvvisamente ricco della bellezza della vita, della sua pervasiva normalità.

Concludo la recensione così come l’avevo incominciata, citando Hegel e in particolare un punto della sua Prefazione alla Fenomelogia dello Spirito: «Non è difficile a vedersi come la nostra età sia un’età di gestazione e di trapasso a una nuova era: lo spirito ha rotto i ponti col mondo del suo esserci e rappresentare, durato fino a oggi; esso sta per calare tutto ciò nel passato e versa in un travagliato periodo di trasformazione. […] lo sgretolamento che sta cominciando è avvertibile solo per sintomi sporadici: la fatuità e la noia che invadono ciò che ancor sussiste, l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia.»

Trailer

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