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Recensione: Robocop (2014)

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robocop_posterUscita nelle sale: 6 Febbraio 2014

Titolo originale: Robocop

Regia: Josè Padilha

Cast: Joel Kinnaman, Gary Oldman, Michael Keaton, Abbie Cornish, Samuel L Jackson, Miguel Ferrer

Produzione: USA 2013

Genere: Fantascienza

Durata: 118 min.

2028: l’America è il leader mondiale della tecnologia robotica grazie alla Omnicorp, una multinazionale che progetta macchine in grado di difendere le strade di Teheran, un paese ormai votato alla guerra. Il vero obiettivo però è quello di usare robot anche negli Stati Uniti nonostante non sia permesso dalla politica. Il capo della OCP Raymond Sellars (Michael Keaton) decide quindi di aggirare la legge collaborando con lo scienziato Dennet Norton (Gary Oldman) per progettare un nuovo poliziotto invincibile: un uomo-macchina. Nel frattempo a Detroit, Alex Murphy (Joel Kinnaman) è un padre di famiglia ma soprattutto uno stimato poliziotto che cerca di contenere i crimini che dilagano in città: una sera però  un’autobomba lo ferisce gravemente lasciandolo mutilato. Sarà lui il candidato scelto per diventare l’uomo-macchina e quindi il poliziotto perfetto: Robocop.

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Era il 1987 quando il regista Paul Verhoven ci regalò il film Robocop, il futuro della legge in cui l’ agente Alex Murphy era interpretato da Peter Weller. Come non ricordare uno dei film più all’avanguardia dell’epoca? A distanza di quasi 30 anni e con la stessa colonna sonora, Robocop  torna a pattugliare le strade grazie al reboot di Josè Padilha e stavolta l’attore protagonista è Joel Kinnaman, già famoso per aver preso parte al film Safe House e al telefilm The Killing (nel ruolo del detective Holder). Essendo un rifacimento e non un sequel, Padilha ha voluto dare una propria interpretazione del film senza comunque rovinare troppo il nostro ricordo e soprattutto la trama della pellicola. Entrambi i registi mostrano Detroit come una città divorata dal cancro della criminalità, ma la differenza è che se nel primo film il robot era un prodotto mai visto, in questo remake i cyborg sono quasi la normalità e camminano tra di noi. Di certo questa non è una sorpresa dato che ormai il cinema può portare su grande schermo qualsiasi cosa, ma paragonando i due Robocop si può notare realmente quanto il potere del progresso tecnologico sia ormai sconfinato.

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Fin dove una macchina può controllare la mente umana? Nel film del 1987 l’agente Murphy smetteva di essere un uomo dal momento in cui diventava il robot; nel nuovo Robocop il protagonista si risveglia intrappolato in questa grande macchina e subisce un profondo trauma: guardandosi allo specchio egli nota che di umano è rimasto ben poco: buona parte del cervello, una mano, il viso e i polmoni. Lo scopo della OCP infatti è quello di ottenere l’abrogazione della legge sulle macchine e di conseguenza ricevere fiducia dai cittadini tramite il nuovo poliziotto-cyborg dotato di sentimenti, esperienze e ricordi umani; questo perché una macchina senza esitazioni o sensi di colpa non sarebbe totalmente affidabile.

 

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A differenza di Verhoven, Padilha dedica gran parte del film alla lotta interiore di Murphy nell’accettare la sua nuova condizione che tra le altre cose, è stata voluta proprio dalla moglie (Abbie Cornish) per non perdere l’amato compagno. Da qui la trama prende una nuova piega, perché lo scienziato (unico suo alleato) insegnerà all’ex agente ad essere un robot senza dimenticare la componente umana: un training fatto di sparatutto (forse troppo) ma allo stesso tempo una vera e propria tortura che influenzerà sia il protagonista che il rapporto con la sua famiglia. Un aspetto importante è che finchè il robot tiene con sé la componente umana, la sua armatura è di un argento scintillante che però diventa nera dopo l’operazione al cervello, quasi a voler spiegare cosa succede se si estirpa l’anima di una persona.

Contrariamente al primo film, il Robocop del 2014 è pura ostentazione (nel bene e nel male) sia per quanto riguarda gli effetti speciali che lo sviluppo della trama dotata di scene più crude sia a livello fisico che psicologico. Tutto ciò lo dimostra anche il voler svelare fin dall’inizio l’identità del protagonista: Alex Murphy, un robot-uomo che, su un palco davanti ai mass media e ai cittadini americani, viene sì idolatrato ma solo perché si tratta di un prodotto da vendere. Ci si dimentica quindi che all’interno vive soprattutto un uomo che, nonostante il sadismo dei ricchi per mutarlo in una macchina senza coscienza, ha ancora (e percepisce) il piccolo ma essenziale cassetto della memoria.

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Se non fosse mai esistito prima d’ora, il  Robocop secondo Padilha sarebbe dovuto essere così: una guerra aperta e violenta tra scienza, politica e morale, nonché una denuncia platealmente palpabile contro tutte le grandi corporazioni che vogliono rimpiazzare la genialità e le competenze dell’uomo tramite fredde macchine.

“Metteremo un uomo dentro a una macchina”

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