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Recensione: Zoran, il mio nipote scemo

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zoran_locandinaZoran, il mio nipote scemo

Regia: Matteo Oleotto
Sceneggiatura: Matteo Oleotto, D.Gambaro, M.Pettenello, P.Piciarelli
Cast: Giuseppe Battiston, Rok Presnikar, Teco Celio, Marjuta Slamic, Roberto Citran, Sylvain Chomet
Genere: Commedia
Produzione: Italia/Slovenia, 2013
Durata: 103’

Zoran, il mio nipote scemo di Matteo Oleotto è stato presentato in anteprima alla Settimana Internazionale della Critica (sezione dedicata a opere prime provenienti da tutto il mondo) dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto ben quattro premi tra cui quello del pubblico per il miglior film e la Menzione Speciale per l’interpretazione di Giuseppe Battiston. L’opera di Oleotto dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, come sia possibile far ridere in Italia senza dover ricorrere ai soliti clichè, alla commedia dei equivoci, ai tormentoni più o meno volgari, ma anzi avendo qualcosa  di personale da raccontare. In questo senso ricorda il bel Non pensarci, intelligente commedia di Gianni Zanasi, passato anch’essa sugli schermi veneziani nel 2007.

Il film è ambientato nella provincia friulana dove, tra campagne, vigne e osterie, il protagonista Paolo Bressan (Giuseppe Battiston), un quarantenne indolente che lavora alla mensa per gli anziani (lamentandosene), passa il resto delle sue giornate a bere vino e giustificarsi con gli altri con abbondante dose di bugie. Quando una a lui sconosciuta lontana zia slovena viene a mancare, Paolo viene contattato in quanto unico erede. Dalla gioia per una possibile eredità in denaro, passa rapidamente alla delusione nello scoprire che l’unica cosa che la zia gli ha lasciato è Zoran (Rok Presnikar), un timido ragazzo sloveno che ha imparato l’italiano su alcuni romanzi ottocenteschi. Paolo se ne vorrebbe liberare al più presto, fino a quando non scopre che Zoran è bravissimo con le freccette e che a breve si svolgeranno i campionati mondiali di questa specialità, con in palio 60.000 euro.

zoran-03I punti di forza dell’opera prima di Oleotto sono due, tre semplici elementi che però sono merce sempre più rara nella commedia italiana contemporanea. Il primo è il legame con la terra nella quale è ambientata la vicenda, ma non nel senso del mettere in scena gli stereotipi del pugliese (nel caso di Zalone) o del napoletano, come in Siani. Il film sfoggia orgogliosamente la propria essenza friulana, è un senso di genuinità quello che trasmette la sua matrice popolare (in senso positivo), tra personaggi di contorno che parlano in dialetto e le campagne del goriziano, dove vecchi alpini, pazzi, personaggi tipici e ubriaconi del villaggio si riuniscono tutti gioiosamente (e stancamente) nel capannone/osteria gestito da Teco Celio. Questo porta al secondo elemento: l’”etilicità” spiccata del film. Tutti, a partire dal protagonista, riempiono le loro giornate apparentemente vuote bevendo vino, sempre e ovunque, rimedio di tutti i mali come quando, nel ribaltamento tipico del personaggio di Paolo, la polizia appostata vicino alla casa dove sta bevendo con un amico, “non gli permette” di riportare a casa il “povero” Zoran (che lui chiama Zagor), perché lo fermerebbero sicuramente. Nell’attesa, quindi, non resta che continuare a bere.

Il terzo punto è Giuseppe Battiston che per l’ennesima volta dimostra di essere non solo un bravissimo caratterista, ma anche un attore in grado di reggere un intero film sulle proprie spalle (si ricorda qui anche il bellissimo e praticamente invisibile Notizie degli scavi, ultimo film di Emidio Greco). Battiston – naturalmente con la complicità di Oleotto e degli altri tre sceneggiatori – dona agli spettatori un personaggio respingente, quasi negativo, ma allo stesso tempo bonaccione e che si fa voler bene, in un rapporto che riflette quello con la ex moglie che lui cerca di riconquistare. Paolo tratta male Zoran, mente per proteggere se stesso, scarica le colpe sugli altri, urla al cielo di volersene andare da quel “posto di merda” una volta vinto il premio (grazie a Zoran ovviamente), ma la realtà è che non potrebbe andare da nessun altra parte, appartenere a nessun altro luogo, l’italico cambiare tutto per non cambiare niente che si applica a tutte le latitudini.

Zoran-02Se quindi da un lato abbiamo un personaggio principale diverso e più sfaccettato quando paragonato alla maggior parte delle altre commedie italiane, dall’altro questo aspetto penalizza in qualche modo il film, perché descrivendolo in atteggiamenti spesso meschini, viene meno la fondamentale immedesimazione dello spettatore, così l’ironia che dovrebbe suscitare perde la forza originaria. Dopo aver dipinto un personaggio del genere, poi, e averlo fatto coerentemente rimanere com’è per quasi tutta la durata del film, Oleotto cede nell’ultimo quarto d’ora ad una prevedibile riconciliazione, con finale buonista e trionfo dei sentimenti e dell’amore che, seppur in maniera non così stucchevole, porta ad una conclusione fin troppo brusca e accondiscendente un film che fino ad allora aveva battuto altre strade. Il ritmo è inoltre appesantito da alcuni episodi francamente superflui come la storia romantica del ragazzo o l’episodio legato al pur bravo Roberto Citran. Il personaggio di Zoran, interpretato dall’esordiente Rok Presnikar, funge poi soprattutto da spalla comica con le sue peripezie linguistiche che sono tra i momenti più divertenti del film, anche grazie al contrasto che creano con le situazioni nelle quali vengono usate. Il personaggio però rimane in un bozzolo e con il misto di italiano aulico, timidezza e occhiali decisamente troppo grandi che lo contraddistinguono, sfiora più volte il rischio di trasformarsi in una mera macchietta.

E’ comunque difficile voler male a un film come Zoran, il mio nipote scemo con la sua volontà di raccontare una storia diversa, una comicità che comunque va spesso a segno e la genuinità di una regia in grado di concludere il tutto con una canzone da osteria che racchiude perfettamente l’anima del film e dice “chi lassa el vin furlan, xè proprio un fiol de un can”!

 

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