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Recensione: Romeo & Juliet

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Recensione Romeo Juliet 2015

“Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?”.

Questa è una delle frasi più famose al mondo, l’invocazione più celebre del mondo shakespeariano insieme ad “essere o non essere?”. Proprio la struggente invocazione della candida Giulietta e del bel Romeo ha preso nuovamente vita tramite la regia di Carlo Carlei, che per primo, dopo quasi quarant’anni ha ridato alla rappresentazione cinematografica dell’opera la giusta sede, riportando le riprese a Verona.

La sceneggiatura, scritta da Julian Fellowers, è un’abile riproduzione della tragedia del poeta inglese; egli ha lavorato con umiltà e riverenza verso questo capolavoro, rimanendo molto fedele al testo originale, unica fonte da cui ha preso ispirazione, riuscendo a creare un prodotto che non ha tradito l’originale, ma anche capace di relazionarsi con un pubblico moderno. L’uso delle parole, da parte dei personaggi, è un calco perfetto dell’idioma usato da Shakespeare: esse assumono una musicalità intrinseca, la quale riecheggia nelle menti di chi le ascolta, le strega ammaliandole con la loro dolcezza oppure le intimidisce con la loro potenza. Dai vocaboli forbiti ed intriganti, sembrerebbe apparire una ratio, un logos che ordina le frasi e la vita di chi lo pronuncia, ma in realtà questo spirito apollineo è solo apparenza, ciò che ne fuoriesce prepotentemente è vendetta e rabbia, ma anche amore e carità. L’ordine perfetto presente nel film ci mente, inganna lo spettatore portandolo quasi a pensare che tutta abbia un senso, che sia logico che le cose debbano andare in tal maniera, tutto sembra avere un percorso impossibile da evitare; ma è proprio lì, quando sembra esserci un esito scontato, che emerge la vera natura della parola: la passione dirompente e la sua tragica fine.

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L’intreccio amoroso rimane ovviamente in primo piano, anche se l’elemento principale sia come la storia verta sulla sensazione che una persona prova quando il suo sguardo si volge per la prima volta verso la persona che da lì a poco amerà; nelle sue riprese, il regista Carlo Carlei, scelto per la sua capacità di essere un pittore di immagini, riesce ad evidenziare i sentimenti che questo atto scatena nell’animo dell’amante. La sequenza del ballo dei Capuleti, è strabiliante: quando gli occhi di Romeo poggiano la vista su Giulietta, essi rimangono animati da un tale amore che non definir divino sarebbe blasfemia. Lo spettatore vede un’emozione, riesce quasi a toccarla tanto la regia si è impegnata nell’immedesimazione della soggettiva. Questa ripresa non fa innamorare solo il giovane Montecchi, ma chi sta guardando la pellicola prova egli stesso cosa voglia dire essere innamorati, ricordando cosa vuol dire essere giovani, riuscendo a riprodurre una Mimesis poietica del sentimento amoroso.

La scenografia è una nota che merita di essere nominata, la capacità di riprodurre l’ambientazione rinascimentale è sorprendente, l’attenzione al contesto scenico che attornia perennemente le azioni è assolutamente pregevole e contestualizza sempre l’agire dei personaggi, lasciando lo spettatore immerso nell’architettura cinquecentesca italiana, tra le lussuose vesti dei nobili veronesi e tra le ricchezze delle pitture degli ampi palazzi. Pregevole è anche l’accompagnamento musicale che segue il film dall’inizio, mai interferendo o alterando le azioni, ma solo per delinearne i contorni, accarezzando i volti dei due sfortunati innamorati, brandendo insieme a Tebaldo e Mercuzio le spade e vestendo a lutto gli animi straziati di chi ha perso una persona cara.

Gli attori hanno recitato i loro ruolo con un personalità da veterani del cinema; nonostante la presenza di star affermate come Paul Giamatti, Sellan Skarsgård, Natasha McElhone, Damian Louis ed Ed Westwick, ad impressionare sono state le interpretazioni dei prematuri protagonisti. Giulietta è stata impersonata da Halein Steinfeld, giovanissima attrice che ha già ricevuto una nomination agli oscar nel 2011 grazie al suo ruolo nel remake de Il Grinta, la quale è riuscita ad esprimere tutti i sentimenti che sono presenti nell’opera originale: le sue paure, le sue gioie e il germogliare delle speranze in una bambina che sta diventando donna sono davvero emozionanti; oltretutto è riuscita a trasmettere magnificamente anche lo strazio che la demolisce nel vedere il suo giovane marito morire tra le sue braccia: la sua recitazione riesce a danzare tra i due estremi opposti di sentimenti umani. Se possibile, ancor più promettente è stato Douglas Booth nel ruolo di Romeo, il quale per la prima volta si confronta con un personaggio così impegnativo. Il bel viso del giovane attore è una tela bianca su cui dipinge tutti gli stati d’animo decantati dalle strofe di Shakespeare, il volto riesce ad animarsi dei sentimenti passionali che ogni volta prevalgono sulla sua volontà di essere riflessivo.

Questa versione di Romeo e Giulietta merita di essere vista, anzi può essere un’occasione per una comprensione ulteriore del poeta inglese e può benissimo diventare materiale per una visione pedagogica a scuola. Nell’accuratezza dei dettagli, l’aderenza al testo originale e per il sentimento che ne traspare, questa trasposizione cinematografica ricorda quella magistrale di Franco Zeffirelli del lontano 1968.

Ma cosa rende questo film degno della tragedia scritta da Shakespeare? È la sua pretesa di raccontare l’assoluto sentimento dell’amore, attraverso un racconto specifico, ovvero la medesima pretesa che lo stesso autore aveva di narrare il sentimento per antonomasia. La parola che più si addice a questo lungometraggio è universale, perché universale è l’esperienza che Carlei riesce a dare dei due innamorati. Le passioni che narra riescono ad avere un effetto catartico nello spettatore, una purificazione che pacifica, e allo stesso tempo infervora, l’anima.

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